Letteratura Italiana

Introduzione storico culturale

L’evoluzione delle strutture politiche medievali

Il Medioevo ebbe inizio nel 476 d.C. con la caduta dell’impero romano d’Occidente. In realtà l’impero era già in crisi dall’avvento delle invasioni barbariche e Diocleziano istituì la tetrarchia per organizzare e controllare meglio l’impero. Ma l’ultimo lampo di prestigio e di forza fu dato da Giustiniano (VI sec). Dalla divisione dell’impero erano scaturiti i regni romano-barbarici. L’unico fattore unificante fu costituito dalla chiesa che, oltre all’azione pastorale, svolse una fortissima funzione politica. Infatti la ricostituzione di un impero grazie alla chiesa fu con il Sacro Romano Impero, con Carlo Magno che si fa incoronare dal Papa nella notte di natale dell’ 800 sotto l’investitura religiosa e divina. Con l’Illuminismo viene sancita una distinzione fra monarchia terrena e monarchia religiosa. Dopo l’Illuminismo un altro tentativo di ritorno al passato si ha con i Borboni nel 1815. Nel Medioevo, in cui nascono le prime forme di volgare, tra cui “Il cantico delle creature” di San Francesco d’Assisi, si distinguono due periodi: l’Alto Medioevo che va dal 476 al Mille e il Basso Medioevo fino al XV sec. Nel corso del Medioevo parallelamente alla funzione politica della chiesa si sviluppa il sistema feudale, cioè si configura un modello di stato feudale caratterizzato non a caso dalla presenza di un potere centrale debolissimo, rispetto invece alla forza dei poteri locali. Si creano singoli organismi politici nella persona di una miriade di feudatari, cioè di grandi signori appartenenti alle famiglie aristocratiche (coloro che si accaparrano più terre e acquisiscono potere). Essi a loro volta, nel sistema feudale, per poter gestire territori più ampi, cedono terreni in cambio di benefici (il rapporto di fedeltà).

La struttura sociale

Come conseguenza fondamentale della frammentazione politica, nel Medioevo esiste una società gerarchizzata, in cui si delineano precisi confini sociali, in cui i vari ceti sociali sono delle vere e proprie caste chiuse. La società era pure statica, cioè non c’era apertura sociale. Le classi sociali erano: l’aristocrazia terriera (di origine guerriera), i contadini (destinati alla produzione dei beni materiali), i ministeriales (svolgevano le funzioni amministrative, ad litteram, dal signore) e i servi (tra cui quelli della gleba). Era convinzione comune che questa suddivisione sociale riflettesse il disegno provvidenziale di Dio, infatti tutti ritenevano che Dio stesso avesse diviso la società in tre parti: l’ordo dei bellatores (i guerrieri), oratores (sacerdoti) e laboratores (contadini e artigiani). Quindi la disuguaglianza sociale era considerata come un principio giusto, voluto da Dio per garantire l’ordine e il mutuo soccorso. Passare da una categoria a un’altra era impossibile.

La struttura economica

Nell’Alto Medioevo si registra una grave crisi economica. Il primo fattore spia è un notevolissimo calo demografico, dovuto alle invasioni, agli scontri, alle carestie e all’impoverimento delle risorse della terra. Si arresta il flusso dei commerci e pertanto l’economia è di pura sussistenza. A malapena è sufficiente il produrre ciò che si consuma. Le conseguenze della fine dei commerci sono un ritorno al baratto e un degrado progressivo dei contadini che svolgono onerose corvées. La situazione ha però una svolta con un nuovo impulso di conoscenze tecniche: intorno al Mille, quando si allentano le conquiste: più benessere, più prodotti, nuove invenzioni (tra cui l’aratro pesante, che sostituisce quello leggero, e il giogo). Con l’aumento della produzione agricola si ritorna dall’economia di sussistenza al commercio per mare e per terra e questo determina la ripresa della vita urbana.

La mentalità e la visione del mondo

Va sottolineata l’affermazione di una visione provvidenzialistica della realtà e della storia. Il mondo è considerato come una realtà immutabile, statica come la società ed è sostanzialmente accettato così come è, senza pretesa di grandi cambiamenti in quanto si ritiene che sia un ordine voluto da Dio e pertanto non ci sono tentativi rivoluzionari. Un altro concetto importante è l’idea dell’universalità dell’ordine divino, cioè, riguarda tutto il mondo e per garantirne la sopravvivenza e la protezione si individuano due istituzioni che per loro natura hanno un valore universalistico: l’impero e la chiesa. L’impero è preposto a garantire la beatitudine in terra. La chiesa deve garantire la beatitudine dell’aldilà. La forma del sapere che spiega e che dà fondamento a quest’ordine universale, viene elaborata dalla FILOSOFIA SCOLASTICA. Questa filosofia che sviluppa dall’XI sec. e per tutto il XII e XIII sec, si basa sul pensiero aristotelico, filtrato da un grandissimo uomo di chiesa: San Tommaso d’Aquino, il quale cerca di realizzare un connubio fortissimo tra la fede e la ragione. Alla filosofia scolastica si contrappone una scuola di pensiero: quella di San Bonaventura di Bagno Regio che apparteneva all’ordine dei francescani. Si privilegiava la dimensione della fede svincolata dalla ragione, cioè si riteneva che Dio fosse al di sopra del mondo e quindi si riteneva che per avvicinarsi a Dio, non si dovesse esercitare la ragione ma la fede, cioè un rapporto con Dio che privilegiava il MISTICISMO (la preghiera). Le due scuole sono in contrapposizione sul rapporto tra fede e religione, ma hanno comunque grossi punti in comune. Per quanto riguarda le aspirazioni dell’uomo, in quest’epoca l’uomo era sostanzialmente chiamato a proiettare le sue aspettative al futuro. L’uomo deve tendere a Dio perché la realtà in cui vive è per sua natura imperfetta, deve purificarsi soprattutto dalle proprie esigenze fisiche, corporali e dai bisogni materiali. L’uomo è proiettato nel trascendere (da transeo e da ascendo, cioè proiettato nella dimensione ultraterrena). In questo periodo, non a caso, sono molto diffuse esperienze di tipo ascetico e molte comunità monastiche privilegiano la dimensione ultraterrena e la negazione del materiale, come gli Albigesi. Inoltre in questo periodo si diffondono anche comunità religiose che hanno una visione della realtà meno pessimistica e che invitano quindi i fedeli ad instaurare con il mondo un rapporto meno conflittuale, tra cui i benedettini, cioè la regola di San benedetto che predicava da un lato il contatto con Dio e dall’altro in contatto con il mondo (Ora et labora).

Il cristianesimo medioevale e il mondo classico

E’ necessario capire il rapporto che si instaura fra la visione del mondo cristiano e tutto il bagaglio culturale classico. Nel Medioevo le persone colte, i dotti, avevano un tipo di formazione culturale assolutamente incentrata dalla classicità greca e latina, per cui si conoscevano a menadito i testi dei classici di lingua latina e greca, pertanto la cultura è a base classica. Il problema è conciliare questa cultura pagana con una visione provvidenzialistica cristiana molto rigida, tipica del Medioevo (Es. il politeismo, la percezione dello spazio e del corpo, il mito). Molti autori rifiutano la cultura classica, altri, più aperti e intelligenti, fanno delle selezioni, cioè cercano di salvaguardare dal mondo classico alcuni valori (Mos maiorum, virtus). Per evitare pericolose “contaminazioni” tra cultura cristiana e classica, in quest’epoca si tende a controllare in modo attento gli ambienti in cui si produce cultura, cioè diventano luoghi di cultura soprattutto gli ambienti che possono essere controllati dalla chiesa; pertanto diventano luoghi di insegnamento anzitutto i monasteri e le loro biblioteche (Es. Il nome della rosa). Un modo per cercare di conciliare la cultura classica con il cristianesimo medioevale, viene trovata nel nuovo modo di interpretare i testi classici, in particolare si cominciò già a partire dal VI sec. d.C. con autori cristiani come Fulgenzio, un teologo, a leggere classici cercando di cogliere, dietro la superficie del senso letterale dei testi, i significati nascosti, cioè i significati allegorici e simbolici che si ricollegavano direttamente con le verità teologiche. Fulgenzio scrive un testo indicativo, il “Expositio Virgilianae Continentiae”, riletto in chiave simbolica, dove Enea diventa il pellegrino che viaggia per incontrare Dio, affrontando le difficoltà (Es. Dante, nel 1° canto, nella selva oscura incontra la lonza e la lupa).

L’allegorismo

Per capire che cos’è l’allegorismo dobbiamo partire dal presupposto che la visione medioevale del mondo è simbolica, cioè ogni aspetto del mondo non vale solo per se stesso, non ha un unico significato come è nella visione moderna della realtà, ma rimanda sempre a qualcos’altro, cioè a un significato che va al di là delle apparenze, a un qualcosa che va verso l’alto. Il mondo infatti è stato organizzato da Dio, il quale ha instaurato legami più o meno evidenti tra i segni della natura e l’ordine divino. San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi diceva: “Nunc per speculum videmus in aenigmitate, post videmus facie ad faciam veritatem”. Questa concezione della realtà si riflette in tutta una serie di opere enciclopediche tipiche del Medioevo che sono i bestiari, erbari, lapidari. Tutti questi testi possono essere definiti allegorici, dunque il “libro della natura” deve essere letto in chiave allegorica. Il termine allegoria viene dal greco allon agorévo, cioè dire qualcos’altro. Il metodo di lettura allegorica dei testi venne sistematicamente applicato già nei primi secoli del Medioevo, in particolare si afferma l’uso di individuare quattro specifici livelli di senso sia per i testi sacri sia per i testi letterari; in particolare è San Tommaso d’Aquino a catalogare questi sensi, ripresi da Dante ne Il Convivio. I quattro livelli sono:

  • Il livello letterale, che riguarda il significato di superficie.
  • Il livello allegorico, in cui la parola rimanda ad un altro significato, collegato al senso letterale da un rapporto analogico (Es. in Dante la lonza corrisponde alla frode, il leone la violenza, la selva oscura il buio del peccato, la dritta via la salvezza).
  • Il livello morale, cioè si intende ricavare dai fatti raccontati un modello di comportamento, un’idea di bene e di virtù, un insegnamento morale.
  • Il livello anagogico (da anà, in alto; agogico, portare) è il più difficile perché rimanda alle verità teologiche più oscure (Es. il mistero della trinità).
    Si può dire dunque in generale che tutta la realtà veniva interpretata in senso figurato o figurale.

Pertanto anche la storia come insieme di eventi viene interpretata spesso in chiave allegorica: un determinato fatto storico viene preso per significare altri eventi e il primo viene indicato con in nome di figura dell’evento a cui si allude che viene definito nei testi con la parola compimento (Mosé che libera i prigionieri diventa “figura” di Cristo stesso che libera l’uomo dal peccato). Naturalmente questo modo di interpretare la storia fa sì che nel Medioevo si perdesse completamente la percezione della differenza che esiste tra passato e presente, dunque non esiste il senso critico, cioè la capacità di contestualizzare un avvenimento (un nuovo modo più critico rinascerà con l’Umanesimo).

L’educazione, gli intellettuali e il pubblico

Per quanto riguarda l’educazione dei giovani, nel Medioevo si fa riferimento alle cosiddette artes liberales, così definite perché comprendono le materie degne da essere studiate dall’uomo libero.Le discipline erano divise in due ambiti fondamentali:

1) Arti del trivio (grammatica, retorica, dialettica, ovvero l’uso del linguaggio e del discorso)

2) Arti del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica, ovvero il concetto di numero e i suoi rapporti con la realtà)

Dobbiamo specificare infatti che queste materie venivano interpretate in modo molto diverso dal nostro, per esempio, per quanto riguarda l’astronomia e la musica, più che vera e propria conoscenza del cosmo o della storia della musica, agli uomini del Medioevo interessava l’astrologia (corrispondenza segno zodiacale - destino) e la musica veniva vista come una forma di elevazione a Dio, secondo tutto un gioco interpretativo. Per quanto riguarda gli “intellettuali” possiamo dire che la cultura approfondita era appannaggio di una cultura di elite (uomini di chiesa), infatti maestri e pensatori del Medioevo venivano spesso definiti con un termine eloquente: clericus, cioè il chierico, uomo di chiesa che conosceva bene latino e greco, aveva una buona cultura classica e un’ottima cultura teologica. Naturalmente i chierici erano intellettuali che si facevano portavoce della visione della cultura dominante in quell’epoca, quella provvidenzialistica.

Accanto a loro si delinea anche la figura di intellettuali “anticonformisti” e quindi intellettuali visti con molto sospetto. Spessissimo questi erano giovani studenti che avevano frequentato per qualche anno i seminari, i quali sentirono l’esigenza di proporre contenuti alternativi. Oppure erano monaci che scappavano da conventi e diventavano dei vagabondi e magari si improvvisavano artisti, per esempio potevano addirittura diventare giullari di corte, cioè cantori scanzonati. Le occasioni per esprimersi naturalmente all’inizio non erano molte, perlopiù in concomitanza con feste religiose o carnevale. Questi clerici alternativi venivano definiti spesso clerici vagantes (intellettuali che girovagavano). Per quanto riguarda il pubblico possiamo dire che è esiguo e ristretto, così come lo è l’elite colta, e comprende coloro che percepivano la cultura. Solitamente soltanto i figli dei nobili o più tardi dei cavalieri potevano ricevere un insegnamento e ancora meno numerosi erano coloro che avevano la possibilità di proseguire gli studi universitari. Inoltre non dobbiamo dimenticare che, specie nell’Alto Medioevo, la cultura si svolgeva per lo più nelle strutture ecclesiastiche, dunque intellettuali e pubblico spesso coincidevano con il clero e con i monaci.

Il latino medioevale e lo sviluppo del volgare

A partire dal periodo tardo-antico il latino progressivamente si modifica, si differenzia dal latino classico, nel senso che subisce forti influssi da parte di altri idiomi che sono spesso un mix tra il latino stesso e forme popolari locali; dunque il latino si deforma, soprattutto nella parte orale. A livello di lingua scritta ci si preoccupa invece di salvaguardare il latino classico anche perché gli “scrittori” erano pochissimi. A partire dal X sec. si può cominciare a parlare di lingue volgari, cioè di sermo vulgaris che si allontana sempre di più dal latino per assumere l’aspetto di tanti diversi linguaggi, a seconda soprattutto dell’area geografica, in particolare si delinea un’area detta Romania, che comprende Francia, Italia, Spagna, Dalmazia, dove si parlano delle lingue che appartengono allo stesso ceppo linguistico, cioè hanno per base il latino e poi le varie differenze locali. Tra queste lingue, in questa fase storica, particolare rilievo, a causa delle vicende storiche, riveste la lingua francese, in particolare la langue d’oc, d’oil e de la Provence. Pertanto forti influssi culturali nell’Alto Medioevo derivano dalla Francia; per questo, per comprendere le prime forme di prosa e di poesia italiana, occorre fare riferimento innanzitutto alla prima produzione letterale in francese.

 

  1. Eta cortese
  2. Eta comunale
  3. Lirica
  4. Dolce stil Novo
  5. Umanesimo
  6. Autori




Link amici:

Ministero delle belle arti
Appunti diritto privato
Leon Battista Alberti
Stepius: poesie e intepretazioni
Franca Soracco



Letteraturaitaliana.org la tua guida gratuita online alla letteratura italiana, utile per gli studi e appunti per la scuola.