Francesco Petrarca

Introduzione e vita dell’autore

Francesco nasce da una famiglia alto-borghese fiorentina ad Arezzo nel 1304. Il padre era un notaio e, durante l’affermazione dei guelfi Neri a Firenze, venne esiliato come Dante. Nel 1312 il padre si trasferisce ad Avignone, città che all’epoca era la sede del papato. Dopo i primi studi, Francesco nel 1316 comincia ad andare all’università di Montpellier, seguendo l’indirizzo di giurisprudenza. A 16 anni con il fratello Gherardo si reca a Bologna, città che all’epoca costituiva un centro culturale famosissimo. Ma Francesco non era interessato al diritto, in quanto scopre di avere una particolare tendenza letteraria e in questo periodo inizia a scrivere i primi versi. Alla morte del padre nel 1326, egli ritorna ad Avignone ed abbandona gli studi. A questo punto intraprende una vita dissoluta, aristocratica e si spalancano a lui le porte delle classi sociali più elevate; comincia a nutrire una passione per la letteratura: i suoi modelli erano Virgilio e Cicerone, ma considerava importante l’opera “Le Confessioni” di Sant’Agostino (IV sec. d.C.). Pertanto da un lato coltiva la passione per la letteratura; dall’altro alimenta la spiritualità cristiana. All’inizio si esprimeva in latino, poi fece ricorso alla lingua volgare, ricalcando così gli stilnovisti. Un’esperienza fondamentale nella sua vita fu l’innamoramento di una donna, Laura (c’è chi pensa che fosse immaginaria), citata nel suo Canzoniere. In Laura vi sono elementi tipici dello Stil Novo: già il nome si ricollega all’alloro, una pianta celebrata in ricordo del mito di Dafne e di Apollo, così come all’aria di brezza. Francesco pertanto carica Laura con una serie di valori simbolici; inoltre parla di una data simbolica del loro primo incontro, per la precisione il 6 aprile del 1327 in una chiesa di Avignone. Ad un certo punto sorgono problemi economici (il padre è morto e non ha “né arte né parte”, vive di rendita); egli aveva bisogno di tranquillità per dedicarsi alle sue passioni. La carriera più agevole era quella ecclesiastica, poiché garantiva una buona protezione economica. Francesco prende gli ordini minori, ma non diventa sacerdote; grazie alle sue doti entra in contatto con gli ambienti più illustri della Curia (ad es. il vescovo Giacomo Colonna), assume cariche diplomatiche e compie diversi viaggi: in questa prima fase egli era molto irrequieto e il viaggio aveva lo scopo di schiarirgli le idee e così sente il bisogno di rompere con la vita mondana, cui contrappone scelte di vita opposte, facendo prevalere il bisogno di dedicarsi alla ricerca di se stesso.

Intanto infuria la peste nera (1348) e mentre si trova a Parma lo raggiunge la notizia della morte di alcuni suoi cari amici e di Laura stessa (6 aprile 1348). A questo punto inizia una serie di viaggi in Italia per Francesco: tra il 1351 e il 1353 vive a Valchiusa e quindi va a Firenze, dove conosce Boccaccio; dal 1353 al 1361 vive a Milano, presso l’arcivescovo e signore della città Giovanni Visconti; questa scelta di Francesco fu accolta con dispiacere da Boccaccio, il quale lo avrebbe voluto a Firenze (che viveva in una situazione agitata). Questo è un periodo tranquillo, dedicato agli studi eruditi, ma nel 1361 Petrarca è costretto a fuggire per il diffondersi della peste. Dopo aver soggiornato per breve tempo a Padova, Petrarca si reca a Venezia, dove si stabilisce dal 1362 al 1368; anno in cui accetta l’ospitalità a Padova del signore Francesco da Carrara e si fa costruire una casa ad Arquà, nei Colli Euganei, dove risiede dal 1370 fino al 1374: nella notte tra il 18 e il 19 luglio, Francesco Petrarca muore a causa di una crisi violenta dovuta a forti attacchi di febbre (ai quali egli era soggetto negli ultimi anni di vita).

Petrarca come nuova figura di intellettuale

Petrarca è una nuova figura di intellettuale rispetto a Dante , che già anticipa la figura dell’intellettuale dei secoli successivi. Passa in secondo piano 1) il fatto che egli è un uomo pubblico; 2) il fatto che egli è un intellettuale versatile, eclettico, in quanto sa muoversi sia nel mondo religioso, sia nel mondo comune; 3) il fatto che, mentre Boccaccio e Dante vivono in una dimensione comunale, Petrarca ha dei contatti con una realtà sovracomunale, anticipando la figura dell’intellettuale umanista cosmopolita, ossia di colui che si sente cittadino del mondo, senza radici in una specifica tradizione municipale; 4) inoltre egli è anche un intellettuale cortigiano (in quanto frequenta ancora le corti), che accetta le istituzioni della signoria. Petrarca, vivendo questa dimensione signorile, si trova di fronte al problema dell’autonomia. Egli si mostra abile nel sottrarsi a certi tipi di incarichi ecclesiastici, che lo avrebbero legato a singole corti o a singoli uomini potenti: pertanto compie missioni diplomatiche in quanto rifiuta di sistemarsi stabilmente e di legarsi al “mecenate”. Inoltre è un intellettuale nuovo poiché porta avanti un’idea nuova: siamo in un momento storico in cui, maggiormente rispetto al 1200, la letteratura gode di un enorme prestigio, in quanto si verificano dispute tra ad es. Medici, Estensi, Visconti per accaparrarsi i più grandi letterati, per una questione di prestigio. Petrarca è anche un intellettuale maestro, in quanto sente il bisogno di fornire modelli e di comunicare valori.

Le opere di Petrarca

C’è una sezione di opere religiose e morali. La maggior parte delle opere sono in latino (sono stati scritti in volgare Il Canzoniere e I trionfi): il Secretum è stato scritto tra il 1342-43, nel momento culminante della crisi religiosa. Petrarca immagina un dialogo tra lui stesso e Sant’Agostino, che si svolge in tre giorni, alla presenza di una donna bellissima che rappresenta allegoricamente la Verità. In quest’opera è interessante lo sdoppiamento di Petrarca in due personaggi, che sono la proiezione della sua interiorità divisa ed in inquieta. Agostino naturalmente rappresenta la forma alta di coscienza e quindi è autorizzato a frugare nell’animo di Petrarca; infatti Agostino smonta tutte le idee di Petrarca e gli rimprovera la mancanza di volontà. Nel secondo libro del Secretum si passano in rassegna i sette peccati capitali, tra cui quello dell’accidia, cioè, per l’appunto, la mancanza di volontà. Infine nel terzo libro Petrarca si sofferma su altre due colpe di cui egli stesso si sente responsabile: il desiderio di gloria terrena (che distoglie dalle cose divine) e l’amore per Laura. Quindi c’è un Petrarca che da un lato considera questi due desideri non come colpe, ma come enti positivi; dall’altro lato Sant’Agostino smonta Petrarca dicendogli che l’amore per Laura lo svia dalle cose divine. Oltre al Secretum, molto importante è anche il De vita solitaria, scritto pochissimi anni dopo il Secretum stesso, in cui viene esaltata la vita in solitudine e in particolare la vita ascetica. Per Petrarca la solitudine non deve essere rigida e rigorosa come quella degli eremiti, ma deve essere un concetto che richiama la filosofia stoica, rielaborata da Cicerone e da Seneca; in poche parole, la solitudine deve essere un momento fecondo, caratterizzato da un allontanamento dalla vita pubblica per arricchire la propria anima attraverso lo studio: pertanto non si può parlare di solitudine, in quanto il compagno di viaggio è il libro e questa è un’altra dimostrazione dell’interesse di Petrarca per la cultura classica.

Le opere umanistiche

PETRARCA E L’ARTE DELLA FILOLOGIA

Petrarca ritiene essenziale studiare i classici cercando di andare alle fonti originali, al fine di ricostruire l’albero genealogico dei testi. Per es. Petrarca fa alcune scoperte importanti su codici antichi che riportavano alcune epistole di Cicerone. Petrarca quindi dimostra così di avere un rapporto nuovo con il passato, cioè egli è ormai cosciente che tra la sua epoca contemporanea e il mondo antico ci sia una frattura. Mentre Dante non è ancora consapevole di questo distacco (in quanto egli mescola ingenuamente i due mondi nella Divina Commedia, con Virgilio che è la sua guida), Petrarca invece ha contestualizzato e storicizzato il passato, essendo consapevole del fatto che egli non può “fondere” passato e presente, tuttavia deve studiare il passato nel modo più preciso possibile. Quindi si può dire che con Petrarca nasce una consapevole attività filologica (filologo è colui che è innamorato delle parole e che ne ricostruisce la storia). Tra le opere umanistiche dobbiamo citare gli Epistolari: Petrarca, sul modello di Cicerone, scrive un corpus di epistole, divise in Familiari e Senili. Le epistole sono importanti in quanto Petrarca ricostruisce un ritratto ideale di se stesso (e anche del letterato ideale, che deve essere aperto, studioso, che sa alternare otium ed negotium); non si tratta però di sfoghi di Petrarca (consapevole che sta producendo un’opera letteraria che sarà pubblicata). Un’altra opera è il De viris illustribus, ripresa dalle vite di Svetonio, San Girolamo (tutti autori classici) e si tratta di una biografia di personaggi illustri romani (è pertanto un’opera storica). Inoltre Petrarca ha scritto un carmen bucolico, sul modello virgiliano, ed un poema epico in esametri, Africa, incentrato sulla seconda guerra punica.

Il Canzoniere

Con quest’opera viene fuori il genio di Petrarca. Si tratta di un’opera in volgare, per il fatto che Petrarca considera quest’opera di scarsa importanza (“Fragmenta rerum volgarium”, come le nugae di Catullo). In realtà Petrarca sceglie questa lingua per il fatto che per competere con gli stilnovisti, egli doveva adottare una lingua raffinatissima (però meno colorito e più piano, equilibrato, rispetto al volgare dantesco). La stesura del Canzoniere è molto complessa (la sistemazione definitiva è del 1374). L’opera è definita come “rime sparse” dal primo verso del sonetto proemiale, che inizia così: “Voi che ascoltate in rime sparse il suono”; è costituita da 366 componimenti (di cui 317 sonetti + canzoni, ballate e sestine). Il tortuoso percorso interiore già analizzato nelle altre opere di Petrarca, è fondamentale per accostarsi al Canzoniere, incentrato sull’amore per Laura. Nel libro si percorre lo sviluppo di una passione umana e terrena (diversamente da Dante), che non esclude l’aspetto sensuale; si tratta però di un amore perpetuamente inappagato, e quindi, tormentato. Dunque dal racconto dell’amore in sé, ecco che Petrarca scivola a parlare della sua interiorità tormentata.

1) Era il giorno ch’al sol si scoloraro

Si inserisce nella tradizione dell’epoca riprendendo temi dello stilnovismo. Si rievoca il giorno dell’innamoramento. C’è una data precisa, il 6 aprile 1327. Siamo in una chiesa ad Avignone, nel giorno del venerdì santo, e tale ricorrenza dà al giorno un valore simbolico, in quanto si tratta del giorno del pianto per la morte di Cristo, in cui l’umanità viene sconfitta: pertanto si tratta di una data luttuosa, in cui non c’è posto per l’amore. Petrarca gioca in modo molto raffinato su questo fatto e si sente immune dai colpi d’amore. Tutto in quel giorno poteva succedere, eccetto che innamorarsi di una donna, ma la bellezza di Laura lo ha devastato. Acuisce comunque il suo peccato in quanto è stato distolto dal dolore per la morte di Cristo. Tutto si gioca ancora sullo sguardo, tipico aspetto dell’amore stilnovistico, così come la personificazione dell’amore. L’innamorato è disarmato ai colpi dell’amore. A differenza dello stilnovismo non vi è un elogio alla donna, non si ricalca il cliché classico e non si parla di un amore non corrisposto. Petrarca si interroga sul perché si sia innamorato nel giorno in cui non doveva provare amore ma solo dolore e sottolinea il suo allontanamento dalla religiosità.

2) Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

In questo sonetto la donna è meno stilizzata in quanto vi è una descrizione più personale. L’aggettivo vago sta per attraente, affascinante. Si parla di pietà nei confronti del poeta da parte degli occhi di Laura, cioè dello sguardo della ragazza amata. Le donne non sono mai del tutto normali, ma sono come angeli (tipico motivo classico). Nonostante la bellezza sfiorisca negli anni, questa intensità di sentimento non cambia. Vi è una novità nel linguaggio, così come nella trattazione dell’interiorità dell’autore.

3) La vita fugge, et non s’arresta una hora

Il tema presente è il passaggio del tempo. Si tratta di uno dei sonetti più significativi, che ci consente di capire come Petrarca elabori in chiave personale un tema classico: la fugacità del tempo. La riflessione sul passare del tempo ingloba in sé l’invecchiamento, il deteriorarsi del corpo, l’idea della morte, l’idea della fine, il senso delle scelte che si compie se poi si muore. E’ inoltre presente un altro motivo topico del classico: la memoria; e lo scrivere è un modo per salvare i ricordi, e quindi per vivere e per sottrarsi all’oblio.

4) Chiare fresche et dolci acque

In questa canzone, il poeta si ritrova in un locus amenus: si tratta di un topos classico e, nello specifico, di un ambiente naturale perfetto. Esso si caratterizza per i seguenti elementi: è un luogo isolato con prato, fiori, piante rigogliose che proteggono il sole;
presenza di un’aria fresca, mossa, ma non ventosa e sgradevole: è come una brezza marina;
presenza di una fresca fonte di ruscello che dà frescura, dove l’acqua è placida;
cinguettio di uccelli intorno;
cielo azzurro. Per alcuni studiosi si tratta di un paradiso terrestre (eden). I latini hanno descritto tale locus come un luogo mitico, dell’età dell’oro (riferimento ad Ovidio). Questa immagine si è mantenuta nel tempo e si è arricchita di significati diversi. La natura si offre nella sua semplicità ed è a disposizione dell’uomo; è anche il luogo dove regna l’amore. C’è un contrasto tra piano del passato e piano del presente. Il tema della memoria si introduce in questo brano attraverso la memoria del poeta che rievoca la sua esperienza amorosa: Laura, la donna amata, appare stilizzata in quanto è rievocata con tutte le caratteristiche tipiche del dolce stil novo. In questo testo manca tuttavia l’interpretazione teologica della donna. Per recuperare il contatto con Laura, Petrarca immagina una visitazione di questa donna, immaginando cioè che lei torni e che svolga il ruolo di intermediatrice tra lui e Dio. Ma a Petrarca non interessa l’incontro con Dio, ma illudersi di potersi ricongiungere con Laura: è come se Petrarca proiettasse in questa esperienza quello che non ha avuto nella vita terrena.

5) Passa la nave mia colma d’oblio

Qui si fa una riflessione sull’esperienza dell’oblio. Il testo è stato scritto in un momento di sconforto, perché preannuncia la morte di Laura che intanto è ammalata. Il tema dell’oblio è giocato sulla metafora della navigazione (riferimenti al mare tempestoso e pericoloso). Al timone della nave vi è l’amore personificato che fa soffrire e che quindi è il nemico di Petrarca.

6) L'ascesa al monte Ventoso

Emblematico è il testo “L’ascesa al monte ventoso”, che racconta la gita con il fratello Gherardo su questo monte presso Avignone, nel corso della quale egli riflette sul bisogno di indagare se stesso. Petrarca ci tiene a dare un modello di sé, per essere ricordato dopo la morte, e si rifà ai topos letterari del mondo classico, come Cicerone per il fatto che concilia l’otium al negotium (momenti cioè di lavoro alternati a momenti liberi). Petrarca indaga su se stesso, in un momento di crisi [nel testo L’ascesa al monte Ventoso vengono citati Virgilio, Ovidio; importante è la tematica dell’anima come sede e strumento della conoscenza (Platone)]; egli è profondo conoscitore della filosofia classica. Comunque Petrarca rimane legato al suo tempo; lui, sempre nel testo L’ascesa al monte Ventoso, non attribuisce al caso (concetto tipico del mondo classico), ma alla volontà divina il fatto che legga frasi importanti in un preciso momento del suo viaggio.

7) Solo et pensoso i più deserti campi

In questo sonetto il tema presente è quello della solitudine in quanto il poeta si trova in un deserto ed è incentrato nella sua interiorità. Il paesaggio non è descritto in modo approfondito e assume solo uno sfondo simbolico. La vicenda è collocata in un tempo e in uno spazio imprecisati (c'è un clima di astrazione e di sospensione). Questo sonetto è come se si trattasse di un monologo lirico che prende spunto da un dolore imprecisato che diventa malinconia. Solo la natura partecipa alla solitudine del poeta.

Appunti extra su Petrarca

Nel Canzoniere, Petrarca si autocritica, si autodenuncia il fatto di aver provato l’amore per Laura in un momento in cui egli, da cristiano quale era, doveva essere addolorato per il ricordo della morte di Gesù (Petrarca e Laura infatti si incontrano in occasione del venerdì santo).

Sempre in quest’opera, Petrarca, ossessionato dalla sua figura stessa (egli è un po’ egocentrico e narcisista), vuole dare un’immagine idealizzata di sé: ciò rientra nell’ideale di ritorno al mondo classico, cioè, il fatto di lasciare un’idea di sé, incentrata sulla capacità di bilanciare la propria vita su più interessi ed affetti, rientra in un ideale di stampo classico.

Molte scelte di vita, ma anche molte scelte letterarie sono dettate dall’esigenza di rispondere a questo modello: infatti un altro tema fondamentale è sicuramente la sua esaltazione ed imitazione del mondo classico.

Per quanto riguarda il proemio del Canzoniere, occorre aprire una parentesi sul topos: il motivo dei capelli biondi paragonato all’oro è anche presente in Ovidio, nella rievocazione dell’età dell’oro nella Metamorfosi (oro paragonato al miele per il colore, ma anche per la dolcezza, per il piacere, tutti sentimenti che si provano per una donna): l’amore, o meglio, la donna assume in sé tutte queste caratteristiche e Petrarca non fa immaginare i capelli statici, ma li fa fluttuare, prendere vita. Inoltre il nome Laura, oltre a riferirsi, come già detto, all’alloro, significa Oro (L’aura).

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